le chat tra i funzionari della sanità che si sono svolte in quel periodo sono rivelatrici di come veniva vissuto l’inizio dell’epidemia. nell’intercettazione svolta il 25 febbraio 2020, brusaferro scrive al direttore di laboratorio di udine «qui è come la guerra mondiale!».
mentre il giorno prima scrive che «il tema principale è che tutti pensano che il test serva a qualcosa perché vogliono capire a chi hanno a che fare e che e’ stato infettato. noi diciamo che il test non serve a nulla in questo momento».
le parole di brusaferro sono un chiaro riferimento alle pressioni esterne sull’utilizzo dei test. e’ infatti possibile leggere nella relazione del procuratore di bergamo, che il governo cinese aveva offerto l’invio di 10 milioni di test per l’italia il 26 febbraio, ma gli italiani avevano declinato l’offerta, in quanto non rispondente ai criteri di qualità e sicurezza adottati in italia.
quelle stesse pressioni, come riferiscono gli investigatori, hanno pesato sulla decisione della task force governativa di autorizzare le restrizioni di contenimento delle persone a causa del covid. in quel periodo non si era ancora stabilita la linea di condotta in materia e avevano pesato anche le pressioni economiche per non chiudere tutto.
conclusione
l’inchiesta di bergamo sul covid in val seriana ha messo a nudo la dinamica di come è stata gestita la pandemia nei primi mesi. i verbali delle intercettazioni mostrano come fossero pressanti le ragioni sia di carattere scientifico che economico per decidere sulla gestione del covid. la relazione degli investigatori dimostra come la scelta di limitare l’uso dei tamponi non fosse basata su evidenze scientifiche, ma su ragioni di carattere economico. infine le parole di brusaferro mostrano come gli esperti fossero consapevoli del peso che le pressioni esterne avevano in quel periodo.